PENSIERI ULTRA’

Sono abbastanza deluso. Deluso dal mio paese, e dalla sua classe politica, e anche dai suoi cittadini. Non sono deluso dalla classe politica per le solite ragioni: stipendi troppo alti, privilegi ingiustificati, nepotismo, favoritismi e tutto il resto. No. Sono Deluso da qualcosa di più profondo. Di più sottile. Che pochi, secondo me, hanno colto, nel clima post berlusconiano dello stivale.
Questo qualcosa è la cosa più terribile che potesse accadere, e si tratta della radicalizzazione in molti strati della società italiana, nonché in molti ambiti della comunicazione e della propaganda politica, di ciò che io chiamo “pensiero ultrà”. Il pensiero ultrà non ha colore politico, perché può essere usato indiscriminatamente da qualsiasi formazione politica. Il pensiero ultrà non è un’ideologia perché può essere usato da qualsiasi ideologia per propagandare se stessa o per demolire ideologie altrui. Il pensiero ultrà non veicola nessuna idea, perché serve a spegnere le idee e a veicolare l’aggressività e la frustrazione degli individui, creando capri espiatori. Il pensiero ultrà discrimina chi non la pensa in un certo modo, discrimina cioè chi non sta dalla parte giusta. E definisce la sua parte come giusta e vera a prescindere. E’ un opinione arbitraria espressa in maniera violenta, distruttiva, repressiva. Chi non la pensa come me è contro di me, chi non è come me e contro di me. Questa è l’essenza del pensiero ultrà.
Questo tipo di pensiero, che trasforma qualsiasi posizione e qualsiasi dibattito politico in una questione ideologica, in cui esiste un bene ed un male assoluto ed arbitrario, ha infettato ed è penetrato alle fondamenta del dibattito civile e sociale di questo paese. Ormai, per qualsiasi questione si possono prevedere in anticipo gli schieramenti in campo, le posizioni, la retorica e tutto diventa guerra ideologica.
In questo modo si sterilizza qualsiasi dibattito, si amputa qualsiasi posizione costruttiva e si uccide la mediazione. Bloccando di fatto qualsiasi cambiamento, qualsiasi spinta all’innovazione. Tutto diventa ideologico, niente è più oggettivo, la ragione è sempre strumentale. E soprattutto il conflitto è l’unico modo per esprimere se stessi. Nel nome del pensiero ultrà si mettono da parte perfino  il rispetto e la dignità degli esseri umani, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Senza distinzione. Per perorare questioni ideologiche si calpesta non solo il buon senso, non solo la ragione, ma perfino la dignità delle persone e la storia di intere generazioni. Dignità e rispetto non hanno collocazione politica, non hanno squadra, non sono idee astratte. Il pensiero ultrà è il campo minato sul quale tropo spesso questi concetti saltano in aria.
Io sono molto, molto deluso. Perché credevo che questo pensiero ultrà fosse frutto del berlusconismo, fosse frutto di anni di a-culturazione mediatica, di anni di lega-Nord. Sono deluso perché pensavo che l’italia progressista, e la parte politica che si rispecchia in un’ italia progressista, fosse se non immune almeno refrattaria nei confronti del pensiero ultrà. Ma purtroppo non è così. Anche la sinistra progressista, e una buona fetta della società civile, scivolano spesso nel pensiero ultrà.
Sono deluso e piuttosto affranto. Non ho ancora capito se per colpa degli anni bui del centro-destra, o se invece è un tratto tipico della cultura italiota. Ma l’ideologizzazione arbitraria di qualsiasi questione, e la retorica ultrà, hanno ormai inquinato il dibattito politico italiano.
Ormai non è più possibile parlare di nulla, senza essere inseriti in categorie e in ragionamenti ideologico-arbitrari che non fanno altro che ammazzare la costruzione del futuro di questo paese.
Speravo, come ho già scritto, che con il governo Monti la politica tornasse ad essere costruttiva, a confrontarsi con il reale, con la quotidianità del paese. Invece tutti siamo rimasti sotto il pensiero ultrà. Siamo tutti sepolti sotto un camion di rivendicazioni sacrosantissime e progressive. Siamo tutti pronti a sparare merda su chi non la pensa come noi. A prescindere, dalle sue argomentazioni.
Mentre nessuno, come nel finale della “domenica delle salme” di Fabrizio De Andrè, sta facendo autocritica. Nessuno sta mettendo in discussione i propri granitici clichè. Siamo tutti fannulloni, siamo tutti precari, siamo tutti no-tav, siamo tutti berlusconiani, siamo tutti padani, siamo tutti Matteo Renzi, siamo tutti vendoliani, siamo tutti comunisti, siamo tutti correntone PD. Tutti noi facciamo parte di una casta, che rivendica qualcosa nei confronti di caste più forti. Che bel gioco che ci hanno insegnato. E noi ci siamo caduti come allocchi.
E nessuno, dico, NESSUNO che sia disposto a discutere, a rinunciare alla propria bandierina da tifoso, per il bene di tutti. Nessuno che sia disposto a uscire dal comodo e rassicurante pensiero ultrà. Intanto io sono contro, a prescindere.
E’ proprio questo che il potere, quello vero, vuole che siamo. E nessuno sembra capirlo.
Avanti così,  verso il baratro. Ed è solo colpa nostra.

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IL SISTEMA (non sistema)

Signore e signori, il buon Leverett ha fatto l’ennesimo remix di un mio brano. Anche stavolta è venuto stra-bene. Alzate il volume, a ciodo.

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NEPOTISM IS FOR LOOSERS

A volte mi piace fermarmi. Nel bel mezzo di una corrente, di una tempesta, di una verità che sta sulla bocca di tutti, ogni tanto mi piace fermarmi. E assicurarmi che la corrente, la tempesta, e la verità che sta sulla bocca di tutti sia giusta. Ultimamente la verità che sta sulla bocca di tutti, dopo le dichiarazioni di Elsa Fornero sul posto fisso, è che sua figlia non si merita il posto da professore associato perché lo ha preso nella stessa università della madre.
Su facebook, nell’intero web, sulla stampa e nelle chiacchere da pausa caffè, è tutto un insulto ed un’accusa a Siliva Deaglio (la figlia appunto della Fornero) perché c’ha il posto fisso vicino a mamma e papà. Nessun discorso articolato. Nessun ragionamento che vada un minimo in profondità sull’argomento, solo un nome e cognome messo alla berlina.
Siccome dietro ogni nome e cognome c’è una persona (hei, una persona proprio come te e come me!), mi sono preso la briga di dare un’occhiata al curriculum di questa Silvia Deaglio, 37 anni, professore associato all’Università degli Studi di Torino. Dove insegnano suo padre, e sua madre ora ministro. Bene. Ciò che ne è emerso è che ha un curriculum di tutto rispetto. Ed un track-record di pubblicazioni invidiabile: 98 pubblicazioni peer reviewed, h-index pari a 28 e quasi 1700 citazioni. In parole povere significa che possiamo ragionevolmente dire che è brava. Oltre ad avere un cognome che la facilita è anche brava.
Ora, io lavoro da 11 anni all’università, vivo sulla mia pelle il nepotismo e i il baronato universitario quotidianamente da più di 2300 giorni, ovvero 16600 ore. Una buona fetta del mio tempo lo trascorro proprio con giovani ricercatori precari, che cerco di aiutare nelle loro carriere. Chi se ne intende di queste cose quello che faccio io lo chiama “coaching”. In undici anni di lavoro ho visto cose che non stanno né in cielo né in terra. Ho vissuto situazioni da codice penale. Ho incontrato eserciti di fancazzisti impreparati che però era colpa del sistema. Ho incontrato tanti, troppi ricercatori a cui non viene data la possibilità di crescere. Potrei stare qui a raccontarvi mille aneddoti. Quello che voglio dire è che ci stanno le critiche, ci stanno i j’accuse contro l’incoerente ministro Fornero. Ma mi sono stufato di sentire sempre e solo accuse.
Dopo la caduta del governo Berlusconi ero felice, perché pensavo che finalmente, a livello politico, si sarebbe potutto PARLARE in maniera ARTICOLATA dei problemi del paese. Dell’Italia. Invece osservo come l’opposizione (di cui faccio parte) ha come unico scopo l’accusa. La messa alla berlina. Lo slogan ad effetto. La generalizzazione per creare consenso intorno alle cose ovvie. La politica urlata, la critica ad ogni costo. E’ ancora così. Nonostante non ci sia più Berlusconi, l’opposizione si comporta come se ancora ci fosse lui. Usa i suoi stessi toni. Il suo stesso, basso linguaggio da bar sport fatto di accuse che sfiorano l’insulto. Berlusconi ha vinto, vi ha vinto. Finché parlerete come lui, finché userete il suo linguaggio da ultrà lui vi avrà vinto. Perché vi dimostrate come lui.
Perché devo affrontare il problema del nepotismo nel mondo del lavoro semplicemente urlando che il ministro Fornero è nepotista? Perché devo concentrare tutta il mio sforzo comunicativo per attaccare la figlia della Fornero? Cosa mi insegna di nuovo sapere che la figlia della Fornero è stata facilitata dal suo cognome? A che cosa serve? Cosa c’è di nuovo?
Oltretutto è pure bavetta, mi pare.
Ora, cercherò di concludere, perché non ne posso più di questo clima da stadio di serie zeta. E’ chiaro che Silvia Deaglio sia stata facilitata dal suo cognome nella sua carriera: siamo in Italia. E’ chiaro che tutto ciò fa schifo. Mi fa schifo. E’ sacrosanto segnalarlo a tutti. Ma è altrettanto chiaro che criticare e gridare come se fossimo allo stadio non è una strategia politica costruttiva. Non cambia niente. Lo hanno già gridato da un pezo che il re è nudo, è ora di pensare a come affrontare il problema anziche continuare a ripetere che il re è nudo.
E il problema, come qualcuno mi ha fatto notare su facebook, non è che la figlia della Fornero ha un bel curriculum e il posto fisso. Il problema sono tutti quei ricercatori che hanno un curriculum altrettanto bello ma che sono precari sottopagati e senza futuro. Per risolvere questo problema non vedo altrettanto sforzo “intellettuale” rispetto a quello profuso nell’insulto gratuito. Che va tanto di moda, e che è frutto di anni di berlusconismo. E che ormai sopporto a stento.
Come si distrugge il nepotismo nelle università? Semplice. Invece di investire la stessa cifra in rapporto al PIL del 1985 in università e ricerca, come a tutt’oggi avviene, basterebbe spendere un pò in più. E questo aumento darlo a CHI SE LO MERITA, in maniera trasparente. Scommetto che qualsiasi governo, qualsiasi politico di qualsiasi schieramento avrebbe MOLTO DA RIDIRE su come e quanto distribuire in maniera MERITOCRATICA. Ne sono certo.
Chissà cosa ne pensano Martina Veltroni, Enrico Letta, Bianca Berlinguer. Così, per fare dei COGNOMI a caso.

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PICCOLI SASSOLINI NELLE SCARPE [e una storica rivista da salvare]

Dunque, vorrei raccontarvi di quando scrivevo sul Mucchio Selvaggio, una delle riviste musicali storiche italiane. La rivista che probabilmente ho più letto e che più mi ha aiutato nel formare la mia utilissima cultura musical-popolare.
Bene, poco dopo essersi trasformato da settimanale a mensile, il Mucchio cominciò a pubblicare quasi regolarmente dei miei interventi scritti, per lo più erano i post che scrivevo sul mio blog (Filter Tips) e che giravo al direttore della rivista, Max Stèfani. La cosa mi lusingava parecchio, era un’emozione davvero particolare leggere le mie cose tra le pagine del mio giornale preferito. Ad un certo punto, il succitato direttore, mi chiese perfino di tenere una rubrica fissa. Non parlammo mai di compensi. E a me sinceramente non venne mai in mente di farlo. Mi andava bene così. Poi ad un certo punto, dopo qualche tempo in cui non mi pubblicarono più nulla, nel maggio del 2006 apparve un articolo sul Mucchio, dal titolo “Tutti a casa”. Era un lungo editoriale, a firma Max Stèfani (direttore), che parlava della vittoria mutilata del centrosinistra alle elezioni di quell’anno. Piccolo problema: metà di quell’editoriale era copiato identico (ed incollato) da un articolo mio. E la mia firma non c’era. Era una delle cose migliori che io avessi mai scritto. Era uscita per la mia rivista preferita, ma il mio nome non c’era. C’era però quello del direttore. Nello stesso numero c’era anche un altro mio articolo, su una cosa completamente diversa, quello era firmato dal sottoscritto.
Ovviamente rimasi abbastanza sbalordito dalla cosa, e scrissi a Max Stèfani chiedendo, con fin troppo garbo, come mai aveva copiato un mio articolo e l’aveva firmato solo lui. Questa la sua risposta di allora:
“All’inizio ne avevo usato di più, tanto è vero che l’avevo co-firmata con te. Poi ne ho dovuto tagliare una buona metà e non sapevo più cosa era mio e cosa era tuo. Poi ci ha pensato dani in bozze a togliere la tua firma che non capiva cosa era. Sbrigativa? Purtroppo si.”
Da allora non ho più mandato nulla al Mucchio. E non ho nemmeno risposto alla mail.
Ora, io non vorrei pensare male, ma Max Stèfani se ne è andato dalla rivista (che lui stesso ha fondato) in aperta e violentissima polemica con l’intera redazione, e con Daniela Federico che ora la dirige. Secondo me la “dani” della sua risposta è proprio lei. E visto il comportamento di Max nei miei confronti, e di come se ne sia andato malamente dal Mucchio, lascio a voi giudicare su quanto io possa valutare attendibile la sua giustificazione alla dimenticanza di cui sopra. La cosa non mi ha mai tolto il sonno, comunque.
Detto questo, il punto è che ora il Mucchio rischia di chiudere. Per via dei tagli all’editoria. Proprio mentre ha cambiato direttore, e proprio mentre sta rinnovando grafica e contenuti. E’ un pezzo di storia musicale del nostro paese. E servono 2000 abbonamenti subito per salvarla. Vogliamo mandare un bel messaggio a chi sbrigativamente copia-incolla la roba degli altri e poi se ne lava le mani (e manco chiede scusa)? Bene. Dopo 4 anni è il momento di farlo.
Abbononatevi al mucchio. Ora.

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BUONGIORNO

Per fortuna ogni tanto mi ricordo che una volta suonavo, e che ho un meraviglioso curriculum da musicista-wannaberockstar fallimentare. Così capita che parlando con le persone scopri che anche loro sono musicisti, che fanno roba diversa dalla tua, roba figa. Logicamente sei pigro, e quando ti chiedono le tracce di voce delle canzoni del tuo vecchio disco ci metti un pò a ritrovarle. Ma alla fine tutto quadra. E puoi spararti in cuffia roba come quella che vi metto qui sotto. Che la mattina mentre vai al lavoro ti fa muovere le gambette con più stile, ti fa muovere la testa in sedicesimi di four-on-the-floor.
Leverett ha rivestito Lunes. E lo ha fatto da dio. Alzate il cazzo di volume dell’iPod.

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DUEMILAUNDICI

Dunque se ne è andato anche questo 2011. Senza tante moine o piagnistei è finito il primo anno della seconda decade del secondo millennio. Mica male eh?
Direi che in questo anno passato in fretta non ci si è affatto annoiati. Innanzitutto sono diventato padre per la seconda volta, a settembre, di un bel ometto che si chiama Fabio e che mi da già tantissime soddisfazioni. Ho assistito al parto ed ho pure tagliato il cordone ombelicale alla creatura.
Qualche mese dopo, poi, mentre lo tenevo in braccio, ho assistito in diretta alle dimissioni di Berlusconi da presidente del consiglio di questo povero e malandato stivale affondato nel Mediterraneo. Poi la crisi, lo spread, il governo Monti che tutta la sinistra in coro critica in un sol colpo e sul quale tornerò a breve.
Nel 2011 mi sono perfino candidato alle provinciali di Treviso, ed ho preso la bellezza di 372 voti. Sono stato a Sarajevo, ed è stata una delle esperienze più emozionanti della mia vita.
Mia figlia Beatrice, intanto, cresce ogni giorno ed ogni giorno batte il record della bellezza più grande che ci sia, ed io non dimenticherò mai i giorni che ho passato da solo con lei mentre la Simo era al reparto maternità.
Insomma, un bel po’ di roba. Non oso pensare cosa succederà nel 2012. Ci mancherebbe altro che ricominciassi a suonare.

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IO CREDO

Credo che questa sia una finanziaria iniqua.
Credo che il ceto medio, i lavoratori dipendenti ed i trentenni di oggi paghino di più rispetto ad altre categorie.
Credo che il Vaticano dovrebbe pagare l’ICI. Anche sulla chiese.
Credo che si sarebbero dovute tagliare le spese militari.
Credo che la tracciabilità dei pagamenti andasse fatta partendo da 300 euro e non da 1000.
Credo che si sarebbe dovuto fare molto di più sull’evasione fiscale.
Credo che evadere le tasse dovrebbe essere considerato un reato penale, e che chi evade dovrebbe farsi un anno di galera ogni mille euro evasi.
Credo che questa manovra che ci sta colpendo sia dovuta anche alla discutibile legge sulle baby-pensioni.
Credo che sia giusto chiedersi dove fossero i sindacati quando approvarono la legge sulle baby-pensioni, e come mai non pensarono che magari era un po’ cara da far pagare alle generazioni future.
Credo nelle generazioni future.
Credo nell’Europa.
Credo che ora ci costringono a fare dei sacrifici.
Credo che noi dovremmo costringerli a darci un futuro.
Credo che il futuro sia l’Europa e non gli stati nazione.
Credo che l’Europa del futuro debba essere democratica, federale e possibilmente socialista.
Credo che, ora, dopo i sacrifici, sia ora di lavorare per costringerli a darci il futuro di cui sopra.
Credo che il futuro di cui sopra dobbiamo inventarcelo.
Credo che dobbiamo fare in fretta, e che non dobbiamo avere paura.
Credo che sia ora di metterci in discussione.
Credo sia ora di voltare pagina.
Credo che sia ora di costruire un’alternativa nuova, credibile ed indistruttibile.
Credo che siamo noi, che dobbiamo fare un’offerta ai potenti, un’offerta che loro non siano in grado di rifiutare.

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