UNCOMFORTLABLY NUMB

È inutile che nascondiamo la testa sotto la sabbia. La stabilità del medio oriente e il dialogo tra Islam e occidente dipende prima di tutto dalla risoluzione della questione palestinese. Il popolo palestinese attualmente è abbandonato a se stesso. Persone come Vittorio Arrigoni sono prima di tutto testimoni della realtà emarginata di quel popolo. Persone in grado di contribuire prima di tutto all’articolazione della verità di un popolo sotto assedio fisico. E dimenticato. Persone come Vik sono scomode. Scomode per i governi occidentali, scomode per Israele, scomode per gli ultra-integralisti che lo hanno vigliaccamente impiccato. Scomode per le nostre coscienza ultra-pulite, mai troppo sensibili alla causa Palestinese. Mai troppo attente alle macerie e alla polvere di calcestruzzo infranto che respirano gli abitanti di Gaza.
Stamattina il primo commento che ho sentito, sulla morte del cooperante italiano, è stato lapidario. Il vecchietto settantenne del Bar della Stazione ha sentenziato che “è andato là senza rendersi conto che era pericoloso”, e poi “noi li facciamo venire qui tutti (gli immigrati) e poi non trovano soldi e fanno ste cose”. Ecco. Questo è il muro dell’ignoranza che si sta innalzando in Italia. Questo è un muro più invalicabile e indistruttibile di qualsiasi muro di cemento che c’è a Gaza, o che c’era a Berlino. Questa incapacità di contestualizzare le cose, questa difficoltà ad articolare un pensiero nemmeno “critico” ma “originale”, questa è davvero la barriera che ci porterà all’oblio. Educare alla superficialità ed al pensiero ultrà, questa è la strategia reazionaria che in questi anni ha demolito l’Italia come nazione e come popolo. A farne le spese, stavolta, è la memoria e la dignità di una persona morta per testimoniare un assedio. Una persona che ha seguito il suo pensiero. Che ha messo le mani e le forze in uno dei contesti più difficili del pianeta.
Non sopporto questa approssimazione barbarica. Se muore un cooperante che tenta di aiutare gli altri è colpa sua. Se muore un militare, armi in pugno, è un eroe. Io rifiuto tutto questo. Io rifiuto il concetto di eroe. Io mi aggrappo al concetto di persona. Al concetto di verità come conoscenza del mondo e non come dato di fatto strumentale alla retorica ultrà che permea il mio paese.
Io non conoscevo Vittorio Arrigoni, prima di oggi, ma lo stimo per le scelte che ha fatto. E vorrei dedicargli “the great gig in the sky” così come me la sono ascoltata stamattina, sparata a tutto volume nelle orecchie dal mio iPod, mentre camminavo lungo il Canal Grande. In una Venezia troppo indifferente. Dentro un Italia troppo indifferente.

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