BALKAN TOUR [#1 – Dobrodošli]

venerdì, da Slavoski Brod, verso Sarajevo. Davide e Stefano.

L’autogrill di Slavonski Brod è una macchina del tempo che ti catapulta direttamente negli anni ottanta. Il bancone del bar, il parcheggio, ed i pochi clienti seduti ai tavolini sul cemento, sembrano usciti direttamente da quegli anni. E degli anni passati da allora ne mostrano i segni. È una sensazione straniante, quasi surreale. Slavonski Brod è l’ultima città della Croazia che incontriamo, prima di deviare a sud oltrepassando la Sava, dritti in Bosnia, destinazione Sarajevo.
Non ero più abituato alle frontiere. La prima cosa che ho pensato mentre eravamo fermi in fila per il controllo documenti è stata l’enorme quantità di tempo che è passato dall’ultima volta che, in automobile, ho oltrepassato un confine vero. Dall’ultima volta che per andare in un posto è stato necessario mostrare i documenti. Forse vent’anni. In aereo è un’altra cosa. In aereo entri in un posto ed esci in un altro. Per strada, invece, per proseguire il viaggio, ad un certo punto abbiamo dovuto esibire un documento. Un pezzo di carta che certifica il nostro diritto di muoverci in posti e luoghi altrimenti preclusi alla nostra presenza. Noi siamo cittadini italiani ed europei. Noi siamo passati, senza problemi, senza sguardi strani, senza perquisizioni, senza nessun contrattempo. Il mio passaporto “Unione Europea” mi conferisce uno status di cittadino di serie “A”. La mia nazionalità, la targa della mia macchina, in questa frontiera noiosa in mezzo ai balcani, ha un valore privilegiato. Io sento che questo privilegio non lo merito. Sento che io, senza motivo, posso andare, posso passare, e sarei potuto scappare senza problemi. Senza questi pezzi di carta mi sarei dovuto fermare. Chi sono io o cosa sono io per meritare un lasciapassare così potente è una questione che fa parte di un’altra questione più grande. Ed è uno dei motivi che mi ha spinto a fare questo viaggio nei balcani.
Attraversiamo la Sava, il fiume che segna il confine tra Croazia e Bosnia, e veniamo accolti da un cartello gigante, bianco con le scritte blu: “Welcome to Republika Srpska”. In pratica succede che la Bosnia-Erzegovina è divisa in due entità, una è appunto la Republika Srpska a maggioranza Serba, l’altra è la Federazione di Bosnia-Erzegovina a maggioranza Bosniaco-Musulmana e Croata. I due territori si incastrano come un puzzle, come due corpi avvinghiati ed inseparabili. Chilometri di confine in un territorio minuscolo, che disegnano enclave e imprimono le cicatrici degli assedi della guerra nel territorio, dentro la terra. Il malinteso comincia ad un centimetro dal confine. Quando al posto della bandiera Bosniaca c’è quella serba. E prosegue fino all’Adriatico. In un continuo simbolismo popolare fatto di bandiere posticce appese all’ingresso di ogni villaggio, di toponimi cirillici cancellati con la vernice, di croci disegnate sui muri e di moschee costruite ovunque.
Tutto questo, tuttavia, è nulla in confronto alla processione di case distrutte che scorre oltre i finestrini della mia auto nel tratto di strada che va fino a Doboj. Erano le case dei musulmani. Cacciati. Uccisi. Scappati. Case di cui rimangono solo lo scheletro e le mura interne annerite dalle esplosioni dei colpi di arma pesante. Case bruciate. Case crivellate di colpi. Cortili abbandonati, tetti saltati per aria. È tutto lì. È davvero tutti lì. In un fermo immagine infernale. Troppo vero per essere compreso. Troppo potente per essere assorbito senza conseguenze. Troppo recente per essere didascalico. Troppo mortale per poterlo fotografare.
Ci siamo fermati accanto ad una di queste case. Ad una sola. Ad una qualsiasi. Sono sceso dall’auto. Ho camminato nel cortile. C’era un pozzo. C’era un tavolo di legno con le panche. Dove c’era un’abitazione c’era una scatola di mattoni con delle voragini e delle scale che non portavano più da nessuna parte. Volevo entrare in quel baratro, volevo vedere ancora da più vicino la verità. E invece non è stato possibile. Perché la verità era intorno a me. L’orrore della morte era nelle mie narici e nei miei occhi. E la mia testa è andata in tilt. E non ho provato compassione, non ho provato dolore, non ho provato rabbia, non ho provato desolazione. Non mi sono commosso. Ho solo avuto paura del vuoto. Ho visto solo vuoto. Ho visto solo nulla. In quelle rovine, c’è il nulla. Il nulla totale. L’assenza di ogni emozione. C’è il nulla che non appartiene nemmeno agli animali che ammazzano altri animali. Lì non c’è più niente. Ed a togliere quello che c’era prima sono stati esseri umani. Esseri umani come me. Uguali a me.
Sono tornato in macchina. Siamo ripartiti, ed è ripartita la processione di rovine. Senza soluzione di continuità fino a Zenica. Bolle di devastante nulla in mezzo a villaggi e a persone che hanno ricominciato la loro vita. Case nuove accanto a case distrutte. Buchi della vergogna nel cuore pulsante della stessa Europa che spocchiosamente si autocelebra “unione” sul frontespizio del mio passaporto. Nazionalità italiana. Sono vivo. E posso farlo. Posso pensare che un giorno qualcuno riuscirà a riempire quelle voragini di vuoto. Almeno, io credo che così sarà. E non dovrò mai più vergognarmi per non aver avuto la nazionalità sbagliata. Non dovrò più sentirmi in colpa per essere nato sull’altra sponda dell’Adriatico.

Advertisements
This entry was posted in Uncategorized and tagged , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s