BALKAN TOUR [#2 – Duša Sarajeva]

venerdì sera, a Sarajevo. Davide e Stefano

Poco dopo Zenica, lungo il fiume Bosna, in territorio Bosniaco, cominciano i lavori per l’autostrada che conduce a Sarajevo. Dopo qualche metro di strada sterrata in mezzo ad un enorme cantiere di fronte a palazzi socialisti e a fabbriche di non so bene che cosa, cominciamo a correre sulla striscia d’asfalto a quattro corsie che ci porterà a destinazione. Entriamo in città da nord, la periferia è un’anonima accozzaglia di case e negozi dozzinali, c’è un po’ di traffico, molte macchine che da noi non passerebbero la revisione da almeno 10 anni e la strada è in discesa. Seguiamo le indicazioni per il centro. E ci troviamo a percorrere un viale a gigantesco lungo dritto verso due edifici moderni, due torri di vetro che se non ricordo male nei telegiornali degli anni novanta erano pesantemente danneggiate dai bombardamenti. Ai lati del viale ci sono dei quartieri fatti di palazzi alti dieci piani, sono case popolari, alveari socialisti. Sono centinaia. Tipico stile anni settanta-ottanta. Ce ne sono uguali in tutta Europa. Ce ne sono uguali a Trento, a Bologna e a Treviso. Solo che qui hanno un aspetto feroce. Perché sono gli stessi palazzi che, quando avevo 20 anni, guardavo comodamente dal mio divano in velluto, crivellati dai colpi. Senza capire chi fosse a sparare. E perché stesse sparando. A guardarli con attenzione, dal vivo, quei palazzi danno l’idea di cosa voglia dire assedio. E’ palese che dalle colline tutto intorno rappresentano bersagli elementari da colpire. Alti e stretti, dalle montagne intorno li puoi contare uno ad uno. Finestra per finestra. Famiglia per famiglia. Musulmano per musulmano. Molti palazzi hanno ancora i segni dei colpi. Soprattutto sulle facciate rivolte a monte. Quella che stiamo percorrendo si chiamava “la via dei cecchini”.
Prima di arrivare in centro passiamo accanto ad un edificio completamente distrutto. È l’unico della città ridotto così. Il resto è stato ricostruito. Rimesso in piedi. Più ci inoltriamo dentro Sarajevo, più minareti incrociamo con lo sguardo. Ad un certo punto, mentre sembra di essere in una qualsiasi capitale del qualsiasi impero Austro-Ungarico, la strada vira a destra verso il fiume e prede a corrergli accanto. A questo punto chiediamo ad un paio di passanti dove sia il nostro albergo. Spieghiamo che si trova in Ferahdija e tutti ci dicono che dobbiamo fermarci dove c’è la “eternal flame”, un monumento che dovrebbe essere costituito da una fiamma grande e ben visibile. Il nostro albergo è proprio lì. Noi cerchiamo la dannata fiamma. Facciamo cinque volte il giro dello stesso isolato. Ma non la vediamo. Fondamentalmente non la vediamo perché c’è talmente tanta gente in giro che passeggia che non ci accorgiamo che in realtà la “fiamma eterna” è una torcia di trenta centimetri posata per terra. Una volta trovata la fiamma, non ci resta che parcheggiare in un garage privato. E dirigerci a piedi, poco lontano, all’albergo.
Bene, la quantità di gente che c’è in giro alle nove e mezzo di venerdì serà a Sarajevo è impressionante. È pieno di gente. Pieno di giovani. Tutti che passeggiano, chiacchierano e si preparano alla serata. È uno spettacolo. E le ragazze sono bellissime. Tutte. È una cosa che ti toglie il fiato. Sono tutte talmente belle che dopo cinque minuti ti senti assuefatto, e dopo altri cinque minuti non puoi fare a meno di notare nuovamente quante belle ragazze ci siano in giro. Imbarazzante.
Il nostro albergo è al nono piano di un palazzo con una splendida vista sulla città. Usciamo subito, verso le dieci, e ci dirigiamo senza cartina, senza niente, verso il centro. La quantità di gente che passeggia per strada è pazzesca. Tutti i bar e i locali sono pieni. Tutti chiacchierano, parlano, ballano, bevono e ridono. Il volume sonoro di tutta questa vitalità è assolutamente mediterraneo. È bellissimo. Sembra che tutta la vita e la spensieratezza del mondo si siano date appuntamento qui. Ad un certo punto la via dall’aspetto asburgico con i suoi palazzi possenti e dalle geometrie ordinate cede improvvisamente il passo ad un intrico di viuzze e ad un dedalo di edifici bassi di pietra che si aprono qua e la in cortili di moschee e in piazze con fontane o chiese. Si tratta di Baščaršija, una specie di quartiere dalle fattezze turche. E qui, se possibile, la vita brulica ancora di più. In 37 anni di vita non ho mai visto tanto movimento e tanta gente in giro, mai. Forse solo la Spagna dei primi anni 2000 teneva il passo di tutta questa vita. È tutto pieno. E tutti si stanno godendo la serata, calda, d’estate. Noi ci sediamo all’aperto, in uno dei tanti rtistoranti. Mangiamo un enorme grigliata di carne mista, con la birra, e alla fine beviamo caffè turco e Vilamoka (grappa alla pera bosniaca). Siamo solo all’inizio. Mentre vaghiamo increduli di tanta vita ci infiliamo in una viuzza satura di ragazzi seduti ai tavolini di due bar. Ci sediamo anche noi e ordiniamo da bere. Ed io penso che qui c’è qulcosa che da noi s’è perso. Che da noi s’è addormentato. Qui hanno tutti alle spalle una storia fresca. Una morale tatuata adosso dai colpi di mortaio e dalle mitragliate. Una morale immacolata e giusta, una determinazione alla vita che noi abbiamo lasciato entrare in coma. Che abbiamo sepolto sotto quintali di cazzate, di paure e di menate. Che qui la guerra s’è portata via tutto, cose belle e cose brutte. Ed è rimasta solo la voglia di ripartire. È rimasta, grazie al cielo sacro di questa città, solo la voglia di vivere.
E allora, ci siamo lasciati aggredire da tutto questo, e abbiamo portato i nostri culi pallidi da europei integrati verso un altro locale da dove esce un suono di musica dal vivo. E c’è la band che fa le cover degli anni ottanta. Ma è una fottuta band bosniaca, e le cover le fa come si fanno in Bosnia, reinventate, sminchiate, contaminate. Con il chitarrista che fa gli assoli heavy metal, la cantante che canta le scale arabe e il bassista ciccione che martella come un operaio socialista in pieno piano quinquennale. E beviamo ancora. Ed esco a prendere aria. E mi guardo intorno all’una di notte dentro Sarajevo dalle cicatrici in bella vista sui muri, e la scopro ragazza madre dall’odore buono, che coccola e si gode i suoi figli adolescenti cuccioli spensierati. Questa città ha dato la vita per loro. E loro la stanno ripagando con una resurrezione che ha del miracoloso, se non fosse una città Sarajevo sarebbe un mito greco, sarebbe un sogno, un’utopia. Un posto in cui si mescolano Islam, Chiesa ortodossa e chiesa romana. Un posto in cui ci sono anche le ragazze che portano il velo, ma è un velo che regala ai loro sguardi, ai loro occhi disegnati ed alle loro sopracciglia persiane, qualcosa di ancora più bello.
Mentre rientro nel pub con una birra media in mano mi accorgo che Stefano sta parlando con un ragazzo, mi avvicino e dico:
“quanta vita a Sarajevo!”
“eh…non hai visto ancora niente!”
“come?”
“devi venire a Belgrado! Li si che davvero c’è la vita”
in un’istante, l’angelo buono che c’è dentro di me mi fa esclamare
“ah, ma tu sei SERBO!”
lui sgrana gli occhi, si irrigidisce, fa un mezzo sorriso tra l’ironico e l’imbarazzato, si porta l’indice alle labbra e
“SSSSSH!”
io chiedo scusa, lui mi spiega chei serbi in città non è che siano poi visti così bene. Poi ci offre da bere. Poi noi offriamo da bere a lui, usciamo fuori. E comincio a chiedergli cose sulla guerra. Lui è disponibilissimo. Lui mi dice che non ha combattuto a Sarajevo. Ma che nel 99 è stato soldato in Kossovo, contro gli albanesi. Poi mi dice che la colpa della guerra degli anni novanta è degli USA. Perché loro hanno voluto comprare a prezzi stracciati le miniere della Bosnia e allora hanno lasciato che loro si scannassero tra di loro. Gli gli chiedo del Kossovo, gli dico che “scusa se ti chiedo ste cose” e lui dice che “I’m glad to talk about this, I need to talk”. Ha bisogno di parlare. Di spiegare. Perché i Serbi adesso sono incolpati di tutto e invece mi chiede se conosco la battaglia di Kosovo Polije. E io dico che certo, che c’ho fatto la tesina di relazioni internazionali. E lui mi demolisce dicendomi in faccia che lui in Kossovo c’ha fatto il soldato e che gli è morto il fratello di quindici anni tra le braccia. Il suo fratello minore che era andato a cercarlo, dopo otto mesi che non si vedevano. Mi diche che “si è voluto arruolare, lui sapeva cosa faceva, ma mi è morto in braccio. Mio fratello”. Io e Stefano siamo sbigottiti. Beviamo birra bosniaca mentre Ivan (si chiama così) puntualizza che nella battaglia di Kosovo Polje, nel lontano 1389 i Serbi hanno salvato l’Europa dall’Islam. Io lo guardo negli occhi, Ivan, mentre palra di arti marziali con Stefano, mentre spiega che sua madre vive in città e suo padre sta morendo di cancro a Belgrado. Lo guardo bene. Ha una cicatrice, anzi due, sopra il labbro superiore. Ride e sembra spensierato. Ha gli occhi da buono. E si offre di accompagnarci in un altro locale ancora, ma sono le tre e mezza e siamo stanchi. Sfiniti. Allora ci accompagna all’albergo. La città ancora riverbera di vita e di musica. Fa un caldo pazzesco. Gli chiedo come si viveva quando c’era Tito:
“quando c’era Tito si stava…sai come si stava? Si stava che mio padre era il più umile degli operai, ma aveva uno stipendio più che dignitoso, che gli ha permesso di farci studiare, tutti noi quattro fratelli, e avevamo una bella macchina e due volte all’anno andavamo in vacanza tutti insieme…d’inverno a sciare e d’estate al mare…e potevamo avere quello che volevamo…così si stava…si stava bene”
Siamo di nuovo davanti alla fiamma eterna di Sarajevo. L’unica fiamma che non si è mai spenta nemmeno sotto l’assedio lungo quasi quattro anni. È lì a commemorare la vittoria di Serbi Bosniaci e Croati insieme contro i nazisti. Insieme. L’ha accesa Tito, forse.
E se quella misera fiamma brucia ancora, tale e quale, sempre la stessa, dopo una guerra mondiale, dopo un assedio lungo cinque anni, dopo la pulizia etnica. Se continua a bruciare mentre salutiamo Ivan e saliamo al nono piano di un albergo di Sarajevo…se continua a bruciare piccola ed invisibile in mezzo alla città mentre sto scrivendo dentro i confini dell’Europa Unita…forse tra qualche anno Ivan non dovrà più sgranare gli occhi davanti a un italiano solo perché è serbo. Forse non dovrà più giustificare il suo ventesimo compleanno passato a combattere una guerra ereditata settecento anni prima. Forse la prossima volta che tornerò a Sarajevo non ci sarà più una Republika Srpska e una Federazione di Bosnia Erzegovina. Forse la maledizione dei balcani avrà fatto cinque giri dell’isolato e si sarà accorta che c’è una fiammelle piccola, e mentre si avvicina per guardare meglio prenderà fuoco lei, e non più la Bosnia. Non più Sarajevo. Mai più. Ora è tempo di vivere, di scherzare, di andare a dormire alle tre e mezza di notte, mentre tutti insieme, i ragazzi di questa città continuano a stare svegli, ad assaporarsi ogni secondo di vita. È la migliore ninna-nanna che io abbia mai avuto. Buonanotte Maršala Tita.

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2 Responses to BALKAN TOUR [#2 – Duša Sarajeva]

  1. dp says:

    mi hai fatto piangere
    in ufficio
    con la gente
    stronzo

    te vojo ben

  2. speta che no go ancora finio…. 🙂

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