BALKAN TOUR [#3 – zajedno]

Sabato pomeriggio, a Sarajevo. Davide e Stefano

Apro gli occhi alle otto e un quattro di mattina. Ho la testa ancora intontita dai postumi della serata precedente, ma non ho più un grammo di sonno per girarmi dall’altra parte e rimettermi a dormire. Mi auto-convinco che con una bella doccia e una colazione come si deve sarò come nuovo, quindi mi alzo. Sposto la tenda della finestra e do un’occhiata a Sarajevo dall’undicesimo piano. Si, è decisamente ora di alzarsi. Stefano sta ancora dormendo, ma quando esco dalla doccia apre gli occhi. Gli dico che vado a fare colazione, e che poi vado a controllare il garage dove abbiamo lasciato la macchina. Lui mi risponde che va bene, che ci vediamo al mio ritorno.
Faccio colazione velocemente, sono completamente solo, tranne che per una coppia di turisti di non so bene quale nazionalità. Prendo l’ascensore ed esco dall’albergo, incamminandomi lungo Maršala Tita. C’è decisamente meno gente rispetto a ieri sera, mi accorgo di una serie di banche occidentali che non avevo notato, e di parecchie librerie ben fornite. Mentre raggiungo il garage, addentrandomi in una laterare del viale principale, mi accorgo dei segni della guerra. Ne sono rimasti. Un bel po’. Il portico anni settanta che attraverso per raggiungere l’auto è crivellato di colpi, e la facciata del palazzo di fronte ha preso un colpo di mortaio molto vicino ad una finestra. Di giorno c’è più luce. Evidentemente certe cose si notano meglio. Faccio davvero fatica a credere ai miei occhi. Penso che sia surreale. Faccio fatica a credere che questi segni, queste ferite siano vere. Esistano davvero. Mi viene da infilare le dita nei buchi dei proiettili, come san Tommaso ha infilato le mani nelle ferite di Cristo. L’immaginazione è annientata dalla vista delle cicatrici di questa città, l’immaginazione è nulla in confronto alla testimonianza. Le difese della lontananza e della mente crollano di fronte ai segni della guerra. È una sensazione strana. Il cervello trasmette segnali di pericolo, istintivamente, ma contemporaneamente si sforza di elaborare le immagini che sta vedendo, e sono vere pallottle e veri colpi di mortaio, le elabora collocandole dentro un bagaglio di conoscenze tranquillizzanti, che ti rassicurano che la guerra è finita. Non c’è più pericolo. Il punto è che è cominciata e finita nell’arco di tempo compreso trai mei 18 e 22 anni. Ed è cominciata e finita qui, dove sono io ora. Ad una mezza giornata di macchina da casa mia.
La mia Golf è ancora lì, e il padrone della rimessa mi assicura che saranno aperti anche nel pomeriggio. Torno indietro. Mi accorgo che oltre alle banche e alle librerie stanno costruendo un Mc Donald’s, non ci trovo nulla di divertente o di rassicurante.
Nel frattempo Stefano ha fatto colazione, ed è bello stravaccato su una poltrona della terrazza dell’albergo. Confabuliamo un po’ e decidiamo di andare a piedi fino al Museo di Storia della Bosnia Erzegovina, e poi di proseguire in tram fino al “museo del Tunnel”. Ci incamminiamo, cambiamo un po’ di euro in marchi convertibili (la moneta locale), chiediamo informazioni sulla direzione da prendere ad un ragazzino che poi scopriamo nato in italia e ritornato a Sarajevo da appena tre mesi, e infine arrviamo nei pressi del museo. Poco prima di entrare veniamo abbordati da un uomo sulla quarantina che ci chiede se siamo italiani, noi diciamo di si e lui, in italiano, si offre come guida per il museo del tunnel. Dice che per 15 euro ci porta lì in macchina e ci spiega la storia dell’assedio. Viene fuori che è un sopravvissuto e che ha lavorato in italia. Accettiamo di buon grado però spieghiamo che prima vogliamo vedere il museo di Storia. Non ci sono problemi, ci aspetta fuori. Si chiama Elvis. Ottimo.
Il museo di Storia è un parallelepipedo bianco, con una scalinata larghissima, che porta evidentissimi segni della guerra, tant’è che ci chiediamo se la cosa sia voluta o meno. All’interno c’è una mostra essenziale ma esaustiva sulla storia della Bosnia, ed una zona interamente deidcata all’assedio degli anni ’90. Per chi non lo sapesse, Sarajevo è stata sotto assedio dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 (cit. D. Pellizzon). La città era sotto l’attacco delle truppe paramilitari serbe che la circondavano da ogni lato sparando e cannonando dai monti intorno. La popolazione è rimasta per tutto il tempo senza luce, senza acqua e senza riscaldamento. Qualsiasi essere umano si trovasse sotto il tiro dei cecchini veniva bersagliato. I rifornimenti alla città arrivavano tramite l’aeroporto, sotto il controllo delle forze delle nazioni unite. Ma la via per arrivarci era sotto tiro dei cecchini. Dietro l’aeroporto, su un’ area collinare, c’era un pezzo di territorio libero. Così nel 1993 gli abitanti della città scavarono un tunnel di 800 metri, per passare sotto la pista dell’aeroporto e poter raggiungere la zona “libera” e comprare un po’ di viveri.
Tutto ciò ha generato oltre dodicimila morti e cinquantamila feriti.
Ora, io non starò qui a dilungarmi su quello che ho visto al museo, sulle stufe di fortuna costruite con le padelle, sui cartelli con la scritta “cecchino”, sui sacchi di pasta contrassegnati UN. No. Io vi dico solo che ho visto delle foto. Delle foto dell’assedio. Ed erano foto di gente comune, come me, come noi. Donne. Bambini. Bersagliati, uccisi, amputati. Uomini, donne e bambini. Fatti. A. Pezzi.
Ha un senso tutto questo? Ha un significato? E che cos’è la rabbia che provo di fronte a tutto ciò? Che cos’è la sensazione di essere complice di tutta questa merda che ritorna tale e quale come la provavo mentre seduto nel mio soggiorno vedevo, ascoltavo le cronache di morte da Sarajevo e nessuno faceva nulla…che cos’è? Perché? Perché la paura di queste persone intrappolate dentro un inferno mi fa sentire così stupido? Così maledettamente impotente? Perché non sono dio? Se fossi stato dio forse avrei fatto giustizia? Forse avrei punito chi ha ordito questo orrore? Se fossi stato dio avrei diviso i buoni e i cattivi? E non è forse questo che hanno fatto coloro che bombardavano inermi esseri umani dalle montagne intorno Sarajevo? Non hanno forse diviso tra buoni da non sfiorare e cattivi da amazzare?
Se fossi stato dio avrei voluto morire sotto le bombe al mercato di Sarajevo. Questo avrei voluto essere. Questo avrei fatto. Avrei voluto morire al posto anche di una sola delle migliai di vittime di tutta questa merda che dall’altra sponda del mare guardavamo in televisione mentre qui schizzavano membra umane spappolate dalle finestre del tuo vicino di casa.
Questo è quanto. E ce ne siamo andati. E non sono riuscito più a guardare quelle foto. È bastato un secondo. E non le dimenticherò mai. E sono venuto qui per vedere, proprio come San Tommaso del cazzo….solo che di santo qui non c’è proprio niente. Ho solo lo stomaco che si sta per rivoltare, la gola annodata e le lacrime che non scendono. Poi fa davvero troppo caldo.  Devo uscire. Devo uscire a respirare.
Usciamo dal museo. Elvis ci sta aspettando. Ci dice che ci porterà a vedere il tunnel di Sarajevo. Gli diciamo che siamo rimasti molto colpiti dal museo, dalle foto, dalle cose…lui ci spiega che era in città, sotto l’assedio. Ci fa vedere dove abitava, al decimo piano di un quartiere pieno di palazzi altissimi. Ci dice che i serbi da un giorno all’altro hanno cominciato a volerli uccidere. Che avevano le armi nascoste. Io dico che nonci credo e lui mi dice che ha trovato un kalashnikov sotto il letto di un’anziana serba che lui da sempre aiutava a fare la spesa. Dice che i Bosniaci musulmani in città non avevano armi. Che hanno scavato questo tunnel per passare sotto l’aeroporto e raggiungere la zona “libera”. Dice che lui ha perso undici amici sotto l’assedio. Dice che lui con la macchina portava i feriti in ospedale. E faceva su e giù per la via dei cecchini. E che un giorno è rimasto a piedi. È stato un quarto d’ora sotto il tiro dei cecchini, nascosto dietro l’auto. Poi è arrivato il blindato delle Nazioni Unite e lui ha potuto camminarci dietro e raggiungere un posto sicuro. Ci indica il monte Igman, ci dice che lui nel 95 è riuscito a scappare a piedi su quel monte. È riuscito a non finire esploso su una mina, ci racconta che è arrivato a piedi fino a Mostar e poi è salito perla Croaziafino in Italia, che a Trieste ha preso il primo treno che partiva ed è finito a Bolzano. E che a Bolzano è riuscito a fare i documenti e a trovare lavoro. Che ha lavorato 7 anni a Bolzano poi è ritornato a Sarajevo.
Faccio fatica a credere che quest’uomo assolutamente semplice abbia vissuto una cosa del genere. Ma i segni dei colpi e dei cannoni sui palazzi intorno sono sufficienti a farmi credere che ciò che dice sia vero. Ci porta fino al tunnel. Ci spiega dove erano le forze dell’ONU, come riuscivano a vendergli la benzina e come hanno scavato il tunnel. Il museo in se non è un gran che. Sembra un’attrazione turistica. In effetti è l’unico posto della città in cui abbiamo trovato un po’ di turisti non locali. Ma c’è la lista delle vittime dell’assedio. Ed è impressionante.
Prima di andarcene chiedo al nostro accompagnatore se ci può portare a fare un giro sul monte Trebević, uno dei monti da cui sparavano sulla città. Elvis risponde in maniera un po’ seccata che ci porta, si, ma che lui ci vuole restare poco perché quello è territorio serbo e non gli piace stare in mezzo ai serbi. E poi ci sono altri monti da vedere. Sembra un po’ scocciato che noi vogliamo andare a vedere proprio quel posto e non, che ne so, il monte Igman o altri posti della città. Comumnque ci avviamo. Lui è davvero bravo a farci capire quali zone della città erano sotto il controllo serbo e quali no. Finalmente riesco a capirci qualcosa di questo assurdo assedio durato troppi mesi. Passiamo in mezzo ai quartierei coi palazzoni anni settanta e vediamo le facciate crivellate di colpi. Elvis ci spiega quale cortile era serbo e dove niziava la zona bosniaca. Questione di metri.
Cominciamo a salire sulle montagne.
“ecco, qui è republika serba” ci dice
“ah…..”
Alza il volume della radio, non ha voglia di parlare mentre saliamo su per una strada del tutto simile a qella che porta sul Monte Bondone a Trento. Forse ho chiesto di un posto ancora trppo “scomodo”. Provate ad immaginare che vi piovano in testa ogni giorno migliaia di grante dai monti attorno a casa vostra. Credo che quei posti assumerebbero un significato ben diverso da quello che hanno ora.
“ecco vedete, da qua sopra città in bella vista….Sarajevo sdraiata, adesso ci giriamo…”
non ha davvero voluto fermarsi, mentre scendiamo getta dal finestraino delle cartacce e ci dice che i serbi si devono tenere la loro immondizia. Non comment.
Ad un certo punto ci fermiamo vicino ad un cimitero. Elvis ci spiega che è un cimitero ebraico. Oltre ai musulmani e ai croati, a Sarajevo c’era anche la comunità ebraica. Che durante l’assedio si unì ai musulmani per difendere la città, attirandosi la critiche di Israele. D’altronde Israele la sa lunga in quanto ad assedi…comunque, il cimitero è vecchissimo, ed è un campo di battaglia nel quale, oltre a bombardare la città si sono scontrati esercito serbo e bosniaco. Le tombe sono piene di colpi d’arma da fuoco. Ho la netta sensazione che usassero le lapidi per ripararsi e spararsi addosso. Mi giro ed ho la città ai miei piedi.
Abbiamo voglia di staccare. Di rituffarci nella Sarajevo  viva. Basta assedio, basta. Ci facciamo potare in centro, e mentre scendiamo chiedo a Elvis come si stava sotto Tito, lui risponde:
“Tito era come un padre per me, lui era uno giusto. Era uno rispettato e temuto. Non comei politici di adesso….”
Continuo a fare domande, perché voglio capire cosa può essere successo in un posto bellissimo come questo.
“ma senti…voi e i Serbi adesso come siete, vivete normalmente…fate cose insieme?”
“…amico, qui non esiste più niente insieme”
Elvis scandisce l’ultima parola nel suo italiano dei balcani. E io finalmente non ho più voglia di fare domande. Stringo le labbra e guardo fuori dal finestrino mentre scendiamo verso la città.
Arrivati a Baščaršija ringraziamo la nostra guida improvvisata, gli diamo un po’ di più di quanto ci ha chiesto, ci lascia il suo cellulare raccomandandoci di chiamarlo se viene qualche amico nostro o se torniamo. Poi andiamo vicino alla piazza dei piccioni. E mangiamo cevapcici.
La vita tutto intorno a noi è tranquilla. In mezzo alle moschee ed ai campanili ortodossi e cattolici non sembra essere successo nulla. C’è un colpo di mortaio davanti alla cattedrale romana, ci sono le lapidi delle vittime della Madrasa di fronte alla moschea più antica della città. Ma nulla sembra frenare la normalità e la luce calda di una giornata di luglio nel mezzo dei Balcani. Mi piace questo posto. E non è perché c’è stata una guerra, o perché voglio fare il pellegrinaggio nei luoghi del dolore. Almeno, credo non sia solo per questo. Credo sia perché ho scoperto, a Sarajevo, che mi trovo a mio agio nei posti di confine. Nei posti in cui si mescolano i punti di vista. Si mischiano le acque delle diverse culture. Si incontrano i sapori e le forme, i visi e i nomi di paesi e storie diverse. Qui a Sarajevo non solo si incontrano o si scontrano…ma si intrecciano strettissimamente.
Forse perché non mi sono mai sentito del tutto legato ad una particolare terra, ad n particolare posto. Forse perchè sono nato a Bologna, da una mamma trentina e da un padre emiliano che ha girato mezza italia, forse perché mio nonno Giuliano combatteva la prima guerra mondiare congli italiani, mentre mio bisnonno trentino parlava tedesco….non lo so. Non mi sento nemmeno veneto, mi sento piuttosto italiano ma non sono affatto orgoglioso di esserlo. Forse mi sento europeo. Si. Senza una terra, ma europeo sento di esserlo. Senza una religione, ma europeo. Ecco. forse è così.
Quello che è certo è che se esiste un cuore dell’Europa si trova qui, in Bosnia.La Bosnia è il cuore pulsante dell’Europa. Secondo me è così. È il vero cuore…in senso sentimentale e anche fisico. E da che mondo e mondo si può vivere bene usando l’intelligenza, si può vincere una guerra usando la forza, si può lavorare la terra con le braccia….ma si ama soltanto col cuore. Solo col cuore.
È ora di partire per Mostar.

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