BALKAN TOUR [#4 – Stari Most]

Sabato sera a Mostar, Davide e Stefano

Siamo di nuovo per strada, verso Mostar. Siamo partiti da Sarajevo verso le cinque e mezza del pomeriggio. La strada è splendida. La prima parte è una discesa tortuosa lungo una gola stretta ed alta, dietro il monte Igman. Poi la pendenza si addolcisce, e l’asfalto comincia a costeggiare dapprima un lago lunghissimo e poi il fiume Neredva.
Nei pressi di Jablanica ci si para di fronte un corteo matrimoniale, strombazzante e rumoroso proprio come i nostri. La cosa bella è che gli sposi lanciano delle caramelle dal finestrino e i bambini sui marciapiedi fanno a gara per raccoglierle. Sembra proprio sia una tradizione di queste parti. È un gesto di buon auspicio.
Arriviamo a Mostar verso ora di cena. Mentre parcheggiamo ci viene in contro un giovane del luogo, si chiama Haris, ci chiede se siamo italiani, parla italiano, ci dice che il suo amico ha una bella pensione con delle belle camere nuove e il parcheggio custodito, che con 20 euro dormiamo. Diciamo che va bene. E il suo amico ci accompagna con lo scooter. La stanza è comodissima, nuova e a pochi passi dal centro.
Appena il tempo per cambiarci e usciamo, incamminandoci verso il ponte vecchio della città, il ponte che i Croati hanno abbattuto a cannonate, perché qui a Mostar la guerra ha raggiunto dei record di assurdità inimmaginabili. In questo posto convivevano Croati cattolici e Musulmani bosniaci. Sono stati invasi dai Serbi. Croati e Bosniaci insieme hanno respinto i Serbi. Poi, invece di festeggiare e farsi una birra, hanno pensato bene di scannarsi a vicenda. Croati contro Bosniaci, cattolici contro musulmani, fino alla morte. I musulmani arroccati sulla riva opposta del fiume e i croati che distruggono il ponte che collega le due sponde, che sta lì da 500 anni. Distrutto. Un macello.
In effetti la città porta ancora i segni ben evidenti di tutto questo orrore. Di tutte le 28 moschee ridotte in macerie e di tutta la follia immane che si è scatenata in questa valle balcanica.
Incredibilmente, però, come a Sarajevo, a tutto questo fa da contraltare una vitalità spontanea ed unica. Siamo scesi sulle rive del fiume, sotto il ponte, in un bar sulla riva. C’è la gente che è seduta lungo il fiume, che prende il fresco, che beve birrette e chiacchiera. Sotto il ponte ricostruito di Mostar ci rilassiamo, dopo il viaggio, insieme ai suoi abitanti. La vita continua.
Il centro della città è completamente ricostruito, un po’ si nota, sembra quasi di essere in un parco tematico. Al ristorante mangiamo la solita mega-grigliata di carne, accompagnata da abbondante birra. Penso che forse è il momento di diventare vegetariano.
Finita la cena ci incamminiamo per le vie del centro. È pieno di locali, di musica, di gente. Appena esci dal percorso delle vie più centrali iniziano le rovine. Ma il cuore di Mostar è vivo. Ci fermiamo in un locale qualsiasi, dove conosciamo un Croato che ha lavorato per tanti anni a Venezia. Parliamo un po’, in italiano, chiedo anche a lui come si stava quando c’era Tito. Lui mi risponde:
“Amico, la democrazia che c’è adesso è uno scherzo in confronto alla libertà che c’era con Tito”.
Io rimango un po’ scioccato. Stefano per chiudere in bellezza chiede se c’è della grappa alla pera, della Slibovitza….questi ci portano un’acquavite artigianale buonissima, che ci da la mazzata finale. Torniamo in albergo un po’ stanchi e barcollanti. Mentre camminiamo ci accorgiamo di quante ferite porta addosso questa città. Penso a questa valle stretta, a come doveva essere sotto l’assedio dei serbi, e mentre croati e musulmani si battevano in un conflitto fratricida. Penso a quanti abitanti di adesso incontrino il proprio carnefice sullo stesso ponte che noi abbiamo attraversato. Conto i minareti. Respiro. E vado a dormire. Senza sapere perché.

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