BALKAN TOUR [#5 – Majka Jugoslavija]

Il mattino seguente ci svegliamo presto. Dobbiamo tornare in Italia. Scendendo verso Spalato e poi risalendo la costa croata, in autostrada, fino a Rijeka. Facciamo colazione in un piccolo bar di Mostar, sulla via principale lungo il fiume. Sembra un bar fermo nel tempo agli anni ’80. Ci sono gli avventori locali, che parlano piano. Il silenzio della domenica mattina quasi stride contro il rumore della vita notturna di qualche ora fa. È tutto molto calmo a Mostar. E’ tutto molto fermo. Non c’è nemmeno il padrone dell’albergo. Ci apriamo il cancello del parcheggio da soli ed usciamo dalla città quasi fossimo l’unica cosa in movimento nel raggio di chilometri. Stiamo per salutare la Bosnia. Il paesaggio si addolcisce, si appiattisce, l’orizzonte si allarga e si apre. Stiamo andando verso il mare. Mentre tiriamo dritto oltrepassando il bivio per Međugorje ci avviciniamo al confine. È una splendida giornata di sole. Spuntano qua e là bandiere croate. Facciamo la fila. Facciamo vedere i nostri passaporti. Non vengono nemmeno aperti. Bye bye Bosnia. We will miss you.
Passiamo per Metkovic lungola Neretva, la strada è dritta e costeggia il fiume, è piena di bancarelle e di famiglie sulla riva che fanno pic-nic. Sembra l’Italia di quand’ero bambino e andavo coi miei al lago, e mio padre pescava mentre mio nonno stava seduto sotto un albero e io giocavo lì intorno. Ho nostalgia. Ho già nostalgia dei balcani mentre sono ancora in Dalmazia. Il paesaggio qui è bellissimo, è pieno di colline dolci, di verde e di acqua. I fiumi e l’Adriatico si abbracciano qui in fondo alla Croazia, danno spettacolo, e ci ricordano che siamo tutti mediterranei.
Corriamo verso nord. La strada è pressoché deserta. Abbiamo nello stereo della macchina un bel po’ di turbo-folk che ci tiene compagnia. In poco tempo siamo nei pressi di Zara, e decidiamo di fermarci. Parcheggiamo ed entriamo in città a piedi, oltrepassando una porta antica con il leone di San Marco più grande che io abbia mai visto. Per un attimo mi sembra porta San Tomaso a Treviso, però qui c’è il mare. Zara è splendida e veneziana, ci sediamo su un tavolo di un ristorante del lungo-mare e pranziamo con una magnifica grigliata di pesce locale. Qui è già molto diverso rispetto alla Bosnia. Qui siamo già in dentro un’Europa più formale. Qui in Croazia un po’ di formalità europea ha già intaccato, almeno in superficie, la sostanza Jugoslava di cui è fatta questa terra. La costa adriatica Croata è fra le più belle del continente.  Facciamo il bagno sulla spiaggia di Zara e ripartiamo verso nord.
Man mano che ci avviciniamo a Rijeka, e dunque al confine con l’Italia, mi rendo conto di quanto la Jugoslavia fosse vicina a noi. Di quanto l’Italia ela Jugoslavia si siano mescolate, di quanto il paesaggio, la gente, i panorami e la terra in definitiva si mescolino. Di quanto, se non ci fosse un confine a separarle, Italia e Jugoslavia siano la stessa cosa.
Mentre penso tutto questo, forse, capisco perché ho voluto fare questo viaggio. Questo veloce tour dei balcani. Capisco perché sono voluto andare a Sarajevo. Capisco perché sono voluto andare in Bosnia. L’ho fatto perché sentivo che questi posti mi appartenevano, in qualche modo. Sentivo che queste terre balcaniche erano parte della mia cultura, della mia civiltà, del mio carattere e del mio essere. Volevo vedere se avevo ragione. Sono venuto qui nei balcani apposta. Volevo vedere quanto mi sentissi a casa. E ho trovato una casa. Ho trovato il cuore pulsante e vivo di un’Europa ingessata e formale che si è dimenticata cosa voglia dire avere un “cuore”. Se n’è dimenticata lasciando sola una parte di se stessa, per troppi lunghi anni, lasciandola in mano ad un potere che per auto-conservarsi non ha esitato a sacrificare una generazione di esseri umani liberi. Una classe dirigente cieca nella ragione che ha trasformato la Bosnia in una enorme e sanguinolenta tonnara  umana sulla sponda opposta dell’Adriatico. Un’Europa grande nelle parole, nelle banche, nelle istituzioni…ma piccola, misera, insignificante nella difesa dei diritti umani, nel pacifismo, nella condanna del male. Un’Europa ancora senza cuore. Mentre io ho un cuore. Un’Europa colpevole, che non siederà mai davanti a nessun tribunale, ma che io condanno fermamente e senza appello per ogni chilometro che ho percorso dentro l’ex-Jugoslavia e per ogni nome e cognome scritto su una lapide  o dimenticato in qualche fossa comune. Chi non si indigna è complice di tutta questa merda. Ed io ho fatto questo viaggio per essere consapevole di tutto questo. Per portarmelo oltre il confine di Trieste. Tenermelo stretto, qui in Italia, perché mi serve. Mi serve per sconfiggere il male. Per ricordare. Per salvarmi.
La Bosnia è il posto più vivo che io abbia mai visto negli ultimi 10 anni. E’ la terra più piena di vitalità e di significato in cui io sia mia stato da quando sono nato. Se esiste un’Europa, l’Europa è là. Se esiste una via per il progresso, l’armonia, la solidarietà, la tolleranza, l’arte e la cultura, quella via passa per forza per le strade dei 1800 chilometri che ci siamo fatti io e Stefano in un finesettimana torrido di luglio 2011.

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